venerdì 6 luglio 2018

Lorenzo Russo, Full Moss System




Il Suono Musicale

Testo di Lorenzo Russo

Qualcuno ha mai visto strumenti di misura nel corso dei millenni?

Il teorema di Fourier vale per il suono fisico...

Il suono fisico può essere descritto tramite la risposta in frequenza,
perfettamente corrispondente alla descrizione nel dominio del tempo

Perché ivi la durata dei suoni non ha importanza in quanto il sistema per il
suono fisico è invariante!

Per il suono fisico il mascheramento non esiste ed i suoni si sommano tutti!

... il suono fisiologico ed il suono musicale che moss... primo al mondo,
ha distinto e sistemizzato fino a pervenire alla esatta definizione di suono musicale:

"il suono musicale è una storia spazio temporale che l'ambiente costruisce
a partire da quanto emesso dallo strumento."

La definizione di Fourier toglie lo svolgimento temporale, è corretto farlo se
il sistema è invariante, se cioè il valore della grandezza all'istante considerato
non dipende dalla storia accaduta fino all'istante precedente.

Quello che lo strumento emette nello spazio è e sarà ignoto per l'eternità...
la storia che costruisce l'ambiente è e sarà ignota per l'eternità...

I conti si fanno nel cervello... il quale fa le sottrazioni ed orienta l'attenzione...
più altre cose... fuori dal cervello e prima della elaborazione intellettiva emozionale
il suono musicale non esiste perchè non si è formato...

...statistica è quando risultato converge secondo previsione...

Le altre sono elaborazioni a posteriori...
media, varianza, scarto quadratico medio...
è caos organizzato senza una manipolabilità previsionale...
e sono ben altra cosa...

Esistono informazioni nella aggregazione dei dati che non sono contenute nel singolo individuo del lotto...
informazioni di relazione che non esistono di per se...
appunto sono di relazione...
sono elaborazioni non contenute nel segnale...

Per rifarsi al suono musicale...
il suono musicale non sta nei segnali misurabili sta nella elaborazione dei segnali, dopo averne estratto i significati...
c'è il suono.

La sequenza, la serie non sta nei singoli numeri e nella loro disposizione sta nella regola che li unisce e nella capacità di cogliere e dare significato alla regola.

Tutta roba per il cervello...
non per gli strumenti.

Ing. Lorenzo Russo















Report di Paolo Caviglia


 Prima di iniziare la descrizione dell'ascolto dell'impianto Full Moss vorrei premettere (ad uso di chi non mi conosce) che:

•Ho iniziato ad interessarmi dello "stereo"nell'anno 1971 
•Ho iniziato ad interessarmi all' "alta fedelta" nell'anno 1972 
•Mi guadagno da vivere progettando e costruendo apparecchiature elettroniche 
•Per ragioni familiari ho iniziato ad ascoltare musica dal vivo dall'età di 9 anni (polifonia rinascimentale e grande repertorio organistico)
Questo solo per precisare che non sono sceso dal presepe l'altro ieri, che è un po' difficile che scambi la tecnologia evoluta con la magia ("citazione colta" da A.C Clarke) e che -forse- ho qualche familiarità con la musica eseguita e non solo riprodotta.

Come forse saprete sono gentilmente stato invitato dall'Ing. Russo ad ascoltare l'impianto Full Moss e, dato che sono una personcina assai curiosa, ho immediatamente accettato l'invito.
L'Ing. Russo da me conosciuto è persona assai affabile e cordiale, ben lontano dall'imagine di "orco in*****so" che può apparire dai Forum.

L'impianto ascoltato è installato in un normale soggiorno di appartamento condominiale, dalla superficie di circa 28-30 mq non isolato dall'esterno (niente doppie pareti o pavimento flottante).
La sistemazione dell'impianto parte dal collegamento del cavo di alimentazione al contatore ENEL. Tutti i cavi di collegamento di rete, dall'interruttore generale che segue il contatore, sono cavi MOSS.
Le elettroniche utilizzate sono elettroniche commerciali, progettate negli anni '70; il pre pre e il preamplificatore sono a stato solido e il finale di potenza è a tubi (potenza di uscita: 50 W).
Le elettroniche sono "coriandolizzate", cioè divise in tutti gli elementi costituenti (circuito stampato, trasformatore, alimentatore, tubi elettronici ecc). ognuno dei quali è sospeso elasticamente ad un trespolo in alluminio.
Le elettroniche, pur derivando da apparecchi commerciali sono state pesantemente modificate in termini di selezione dei componenti e smorzamento dalle vibrazioni.
I cavi di segnale e di potenza sono cavi MOSS.Pur con le elettroniche smembrate non si ascolta alcun fruscio e ronzio in assenza (o sovrapposto) al segnale.

Le "casse acustiche" (chiamiamole così) sono a tre vie. il mobile per le note basse è a forma di tronco di piramide, realizzato in fusione di alluminio, con lo spessore di 3 cm
L'altoparlante per le note basse ha un diametro di 17 cm. Gli altoparlanti per le note medie e acute sono sospesi esternamente al mobile.
L'intera struttura è ricoperta di feltro di lana e sospesa su tre "gambe" (tre molle ad aria con il loro serbatoio di espansione).
Il crossover è sospeso elasticamente all'esterno del mobile.


Nella stanza sono disposti i famosi "totem" in feltro e le sedie per l'ascolto; una parete laterale è interamente coperta da una libreria.

La sorgente con cui si sono compiuti gli ascolti è il giradischi MOSS Eldorado sospeso su base sismica MOSS e su molle ad aria, utilizzante una testina Dynavector Karat "integrata" nel braccio di lettura.

La stanza

La stanza di ascolto, pur essendo ben dotata di strutture assorbenti (i famosi "totem") in feltro di lana non ha nulla di una "camera anecoica" (io visitai -è ovvio- una piccola camera anecoica, tempo fà e quindi so come è e come ci si sente all'interno di essa).
Nella stanza si può tenere una normale conversazione tenendo il volume di voce basso o normale e non c'è nulla che la faccia apparire, all'orecchio e al cervello, come un ambiente acusticamente anomalo.

La posizione di ascolto

Il particolare tipo di impianto consente l'ascolto realistico su un fronte sonoro ben più ampio di quello di un normale impianto stereo. La posizione "più compromettente" (vedremo poi perchè) e quella sul vertice del classico triangolo equilatero della stereofonia. In questa posizione nella stanza è presente una poltrona, circondata da strutture asorbenti in feltro.
Nella stanza è presente anche un divanetto, posto in un angolo.

Il materiale musicale

L'ascolto è stato effettuato con dischi di varia età e "lignaggio" (Archiv, EMI, DGG, ma anche i Grandi della Musica di Curcio Editore e altri di musica leggera o rock); con tutti i dischi citati si è realizzato un ascolto "ottimale".
L'ascolto non è stato di tipo "audiofilo-compulsivo" (i primi 10 secondi di ogni brano), ma si è protratto per l'intero brano o per l'intera facciata del disco.

Si dice spesso che gli impianti migliori non possano essere ascoltati con esecuzioni scadenti, perchè di esse verrebbero evidenziati solo i difetti.

Con l'impianto Full Moss abbiamo ascoltato dischi da 50 centesimi (Curcio Editore) ottenendo gli stessi risultati dei dischi di migliore qualità per quanto riguarda la registrazione.Si è anche ascoltato il classico "disco inascoltabile" sugli impianti stereo classici: un EMI registrato negli anni '70 (dischi "compressissimi" e giudicati di dinamica nulla).

L'unica differenza rispetto agli altri ascolti è stata la comparsa (a mia sensazione) di uno "strato di rumore" pesantemente compresso, ma comunque "separato" dalle linee sonore dell'esecuzione orchestrale originale e pertanto assolutamente non fastidioso.

L'ascolto - generalità

Passiamo adesso alle note di ascolto -durato ben quattro ore- premettendo già che lo stesso si è dimostrato "sconvolgente" (dei pregiudizi, delle credenze, dell'estetica musicale e anche dello spirito).

La prima cosa notevole è questa: normalmente si dice che un buon impianto hi-end "porta l'orchestra (o il gruppo, o il cantante) in casa".
L'impianto Full Moss porta invece l'ascoltatore nell'ambiente in cui il brano è stato registrato.

Questa è LA rivoluzione copernicana dell'ascolto (e non è la sola !).

La seconda cosa notevole che rende l'impianto differente da tuti gli altri, è il fatto che esso svincola completamente dalla posizione di ascolto ottimale.
Se si ascolta nella posizione centrale classica dello stereo si otterrà un immagine "centrale", se ci si sposterà in altre posizioni l'immagine (come a teatro) si sposterà in maniera congruente all'ambiente di ascolto.
Ascoltando da un lato della stanza (nell'angolo) si avrà l'immagine stereo come "vista di lato" in maniera perfetta e tutto questo senza l'implementazione di tecniche DSR o similari negli altoparlanti.
Mi spiego meglio con un piccolo esempio: ascoltando un brano di Alessandro Scarlatti suonato al clavicembalo, l'ascolto dalla posizione centrale mostrava chiaramente il coperchio aperto del clavicembalo, con le corde gravi ed acute pizzicate nel giusto ordine. Ascoltando lo stesso brano dal divano nell'angolo si sentiva chiaramente l'ascolto "dietro il coperchio" del clavicembalo stesso (chi conosce il clavicembalo "dal vivo" sa cosa voglio dire), ma senza alcuna alterazione nella posizione delle corde vibranti.

Sensazione sonora

La sensazione sonora che si ha ascoltando l'impianto Full Moss è intensissima; io credo che il cervello, liberato dalla grande fatica di dover far congruire le informazioni sonore in un ambiente "disturbato" (cfr.: mascheramento) , possa acquisire direttamente il messaggio musicale.
L'effetto può essere devastante, credetemi !
Quando l'Ing. Russo mi descrisse l'impianto, mi parlò della "poltrona centrale" avvertendomi che il sedersi lì avrebbe potuto farmi uscire di testa; al momento pensai: "si, vabbè...", ma poi dovetti ricredermi.

In quella poltrona, direttamente posizionata verso gli altoparlanti, l'eliminazione del mascheramento provoca al cervello una specie di sovraccarico di sensazioni che non passa attraverso la mediazione culturale (non saprei descrivere altrimenti l'effetto).
In parole povere, anche un tipo come me che ha la sensibilità media di un orso marsicano, si è ritrovato quasi a piangere all'ascolto della Suite Scozzese di Bruch, eseguita da David Oistrakh,senza poter costringere la parte cosciente del cervello ad erigere una barriera tra me e le emozioni.
Quello che sto dicendo non fa parte di una recensione hi-end, ma è piuttosto qualcosa che richiede uno studio neurologico (e non sto affatto scherzando !)

Dinamica dell'impianto

Questo nuovissimo metodo di ascolto, che non pertiene più la sfera dell'acustica o dell'elettronica, causa anche una revisione del concetto di dinamica.

La dinamica di questo impianto non è più una "variazione di livelli sonori", ma si può descrivere come "una variazione di intensità espressiva" (non si può andare oltre, a parole, bisogna ascoltare).
Voglio solo far notare però come un ascolto di quattro ore in ambiente condominiale, comprendente brani di grande orchestra (Rossini e Wagner) "percepiti" a livello di intensità e dinamica reali non è stato seguito da una visita di vicini inferociti armati di nodoso randello (eppure mi si dice che gli ascolti dimostrativi, nei giorni precedenti, son andati avanti fino alle due di notte).
Evidentemente alti livelli di SPL non sono condizione necessaria e sufficiente per far percepire al cervello la dinamica e il livello delle esecuzioni orchestrali dal vivo.

Parlerò anche "dei bassi" del sistema Full Moss, dato che alcuni hanno manifestato perplessità rispetto alle potenzialità di riproduzione dell'altoparlante da 17 cm.
I bassi ci sono, e ci sono tutti; non sono i bassi delle minicasse, ma sono bassi veri, di grande orchestra.
I timpani del crescendo della sinfonia del Guglielmo Tell di Rossini sono stati entusiasmanti e riprodotti a livello reale, come pure la pedaliera dell'organo nella Passacaglia e Fuga di Giovanni Sebastiano Bach.

Ridefinizione dell'estetica musicale

L'ascolto delle nuove incisioni sull'impianto Full Moss dovrebbe essere reso obbligatorio per ogni critico musicale. L'intensità della sensazione sonora e la percezione della dinamica espressiva reale (quella che è scritta sulla partitura e non quella che deriva dal passaggio della corrente nelle giunzioni) rendono l'ascolto della musica riprodotta un evento "reale".
Non è più il disco che si ascolta (cioè un surrogato), ma è l'evento riprodotto nell'ambiente originale, che si ascolta.
E' il privilegio di poter ascoltare Oistrakh, o Richter, o De Andrè (non più ascoltabili in concerto); è il privilegio dei re, che potevano avere i migliori esecutori nelle loro magioni (non stò esagerando, credetemi !).
Piuttosto che ascoltare degli esecutori mediocri dal vivo è molto meglio ascoltare i grandi del passato con questo impianto; in questo caso e con questo impianto -e solo in questo caso e con questo impianto- il disco batte nettamente l'ascolto dal vivo (vedete bene se non si deve riscrivere l'estetica della musica; la buonanima di T.W. Adorno mi perdonerà). 
Un piccolo e sciocco esempio: ho chiesto di ascoltare il Concerto Brandeburghese n° 1 di G.S. Bach, nell'esecuzione di Karl Richter; è un disco che conosco bene e che, fin dalla gioventù mi è parsa un esecuzione un po' troppo meccanica e teutonica.
Ebbene, nell'ascolto con il Full Moss ho scoperto un'espressività dei primi violini e una cantabilità incredibile, che mi ha fatto rivalutare questa esecuzione come esecuzione di primissimo ordine.
Fate bene attenzione: ho parlato di espressività e cantabilità, caratteristiche della musica eseguita e non di timbro o setosità, caratteristiche artefatte e artefacibili ?! dell'hi-end...

Conclusioni

So che altri Forumisti hanno organizzato l'ascolto dell'impianto in questione, per cui le conclusioni saranno tratte anche da loro e si confronteranno con le mie, però una cosa in libera coscienza la voglio dire, facendo un po' violenza al mio carattere di ligure chiuso:

BELIN .... LORENZO RUSSO E' UN GENIO !

Cordialmente.

Paolo Caviglia

mercoledì 30 maggio 2018

Il Suono




http://www.mosshi-fi.com/forum/viewtopic.php?f=37&t=281                                                                                                                                                                                                                   

mercoledì 3 gennaio 2018

Accuratezza, precisione tecnica e qualità musicale.



Cinquant'anni sono passati dagli inizi della riproduzione musicale moderna e non si sono mai avuti e non si hanno tutt'ora, risultati che possano definire l’alta fedeltà degna del nome che porta, ossia tecnologia in grado di trasferire in modo accurato e fedele il segnale registrato.
Risulta infatti evidente, a qualsiasi appassionato che abbia avuto un contatto approfondito con la riproduzione musicale, come non esistano due sistemi di riproduzione, ma anche due singole apparecchiature, che, ad un'ascolto accurato,  risultino del tutto indistinguibili.
Un'istintiva spiegazione porterebbe a concludere che i singoli componenti di un sistema d riproduzione, nonostante l'evidente perfezione delle misure,  non siano ancora in grado di trasferire correttamente la qualità del segnale elettrico,  e che  le differenze percepite abbiano una relazione con sostanziali modifiche e/o sensibili alterazioni dello stesso.

Qualsiasi progettista di apparecchiature elettroniche destinate alla riproduzione musicale, ha sempre avuto ed ha tutt'ora, come assoluta priorità, il più accurato trasferimento del segnale, e, nel caso dei diffusori, la massima precisione nella traduzione del segnale elettrico in energia acustica. Conseguenza logica vorrebbe che tutte le apparecchiature correttamente progettate e dalle misure ineccepibili dovrebbero produrre, ad una prova d'ascolto, lo stesso risultato.
Nonostante l'indubbio progresso tecnico la similitudine all'ascolto fra due apparecchiature o due sistemi continua a rivelarsi un'obiettivo impossibile da raggiungere, anzi, proprio queste inspiegabili differenze hanno permesso l'esistenza di centinaia, migliaia di prodotti e produttori, ciascuno portatore di una propria tipologia di suono assolutamente non deducibile dall'osservazione delle misure, per quanto perfette queste possano manifestarsi. 
Nemmeno un singolo componente di un sistema come un condensatore o una resistenza, o anche un semplice spezzone di cavo, un connettore o una spina,  risultano musicalmente indistinguibili l'uno dall'altro, il che, se la causa fosse ricercata in una variazione fisica,  porterebbe a concludere che ad oggi risulti ancora impossibile condurre correttamente un segnale elettrico,  un'ipotesi davvero stravagante. 


L'aver costruito ed il continuare a costruire oggetti ed apparecchiature via via più sofisticati e che risultino più accurati ad ogni tipo di misurazione non è, platealmente, equivalso a costruire oggetti oggetti che parallelamente abbiano prodotto e producano un preciso e coerente risultato all'ascolto, il che sembrerebbe vanificare il lavoro del progettista che vedrebbe i risultati della sua opera sottoposti  a risultati casuali e spesso non correlati allo sforzo progettuale.

Il meglio di oggi, grazie alla maggior potenza disponibile a basso costo ed alla migliorata efficienza dei trasduttori, permette di ottenere con facilità elevati volumi d'ascolto e banda passante estremamente più ampia grazie a tecnologie innovative ed incredibili livelli di sofisticazione sia tecnica che costruttiva, ma tutto ciò non ha paradossalmente determinato, per conseguenza, un risultato musicale più appagante.

 Il ritorno a tecniche antiquate come la riproduzione attraverso dischi in vinile e nastri, conferma come non vi sia corrispondenza biunivoca fra evoluzione tecnologica e qualità musicale, e come addirittura possa addirittura verificarsi il contrario, ossia il ricorso ad apparecchiature tecnologicamente più limitate come forma evolutiva di miglioramento all'ascolto  da parte di appassioni evidentemente insoddisfatti da oggetti che ad esame accurato non mostravano alcuna pecca.
L' aver eliminato ed il continuare ad eliminare o ridurre imperfezioni non ha quindi, mai prodotto e non produce tutt'ora, come dovrebbe logicamente succedere, la certezza di un risultato gratificante.

L'audio, rispetto a qualsiasi altra tecnologia, basti pensare ai passi da gigante del video,   da anni è rimasto al palo,  incapace di evolversi qualitativamente se non per aspetti pratici, ed è opinione sempre più diffusa  che la qualità musicale nel suo complesso si sia involuta verso un livello sostanzialmente più basso che nel passato.

.Anche le problematiche ambientali, ipotizzate come reale causa della cronica insoddisfazione di molti appassionati, non sembrano universalmente rappresentare un elemento del tutto limitante, anche in considerazione di risultati estremamente positivi, spesso ottenuti in situazioni acusticamente del tutto non canoniche.
In quanto generatrici di differenze all'ascolto, una miriade di elementi,  in nessun settore considerati  limitanti la qualità della conduzione elettrica,  sono diventati oggetto di attenzione dell'industria audio. 

Prese a muro,spine, cavi di ogni genere e forma, ciabatte, misuratori della fase, piedini, connettori, cablaggi , elementi anti vibrazione, condensatori, resistenze, induttanze, metalli nobili, argento, palladio, rame ad alta purezza, rodio, piani d'appoggio per le apparecchiature, mobili tavolini, etc…, praticamente ogni elemento del percorso del segnale e di ciò che venga a contatto con esso, a causa delle misteriose differenze acustiche prodotte, è divenuto oggetto di studio ed osservazione da parte dell'industria, inducendo l'utente a dedurre che la soluzione delle problematiche acustiche possa essere risolta attraverso un'attenzione maniacale rivolta ad ogni elemento del sistema, in quanto, ciascuno di essi, alterante in qualche modo la qualità del segnale elettrico.

A dimostrazione contraria, adeguate misurazioni hanno da sempre dimostrato e continuano a dimostrare l'inesistenza strumentale o al massimo, del tutto risibili variazioni prodotte da ogni tipologia di accessorio, e questo nonostante all'ascolto appaiano differenze a volte anche evidentissime e nonostante sembrino non esistere materiali e dispositivi di ogni genere che producano la stessa sensazione d'ascolto.

E' ormai convinzione praticamente universale, nonché elemento motorio della materia, che le misure non spieghino del tutto, o non spieghino assolutamente, il perché delle differenze percepite ad ogni sostituzione di singoli elementi, strumentalmente perfetti.
Naturale conseguenza è la necessità, da parte degli appassionati, del ricorso al metodo trial& error, prova, sbaglia e riprova, il metodo utilizzato ove vi sia mancata o limitata conoscenza scientifica, e l'impossibilità, ad oggi, ottenere risultati musicalmente straordinari come ci si aspetterebbe in funzione dell'evoluzione tecnologica, ricorrendo al più consono e scientifico insight & theory, analizza, teorizza e risolvi.

A fronte di queste mie personali considerazioni, una  mia, del tutto rivoluzionaria, ipotesi: ma è certo che siano gli errori del sistema, come convenzionalmente ritenuto, a determinare le variazioni percepite fra un componente e l'altro, fra un sistema e l'altro, ed a limitare, per conseguenza, la potenzialmente straordinaria qualità sonora, riducendola, in determinati casi, anche ai minimi termini?
E' certo che sia una variazione dello stimolo acustico, come ad oggi universalmente accettato, a determinare il cambiamento percepito?
E' certo che non siano altre cause in realtà, a determinano variazioni percettive di entità ben più elevata dei presunti errori del sistema?
Nuovissime teorie scientifiche  ipotizzano che  altri recettori concorrano alla formazione dell'elaborazione sonora
Ad esempio, appare, da questa recente ricerca, come l'elaborazione acustica non sia esclusivamente confinata a variazioni fisiche incidenti sulla meccanica dell'orecchio.

Appare, da quest'altra, come la qualità spettrale della luce intervenga di fatto sull'elaborazione emozionale di un segnale acustico, dimostrando quindi come l'interpretazione, a parità di stimolo, possa essere influenzata e di fatto modificata da variazioni legate a differenti lunghezze d'onda dello spettro visibile.

Una mia ipotesi, frutto di un decennio di ricerca ed osservazioni, va addirittura oltre, e mira a dimostrare come l'avvento della corrente elettrica alla fine dell'800, abbia alterato la naturale e corretta capacità di elaborazione dello stimolo meccanico,  da parte dell'organo deputato ossia il cervello, 
Variazioni del livello percepito di ogni singola frequenza udibile non sarebbero quindi determinato dalla reale intensità strumentalmente misurabile, bensì da una precisa relazione quantitativa con precise emissioni elettromagnetiche relazionate alle frequenze dello spettro visibile.

In termini più semplici, che vi sia una precisa relazione  fra la corrente elettrica, la sua intensità,  le frequenze delle radiazioni decodificate dal cervello come colori, ed il livello di volume percepito di ciascuna frequenza audio.
Da ciò, una del tutto erronea elaborazione, fisiologicamente prescindente dal soggetto, delle tipiche proprietà strumentalmente valutabili, di uno stimolo acustico, e quindi,come conseguenza,  l'assoluta non relazione fra quanto misurato e quanto soggettivamente elaborato.
Riferendosi ad un sistema di riproduzione, nessuna  relazione, quindi,  fra qualità percepita e qualità tradotta dal sistema,  quest'ultima  risulterebbe di entità enormemente superiore rispetto a quanto fisiologicamente acquisibile dal soggetto.

In qualsiasi situazione, che si tratti di vivo o riprodotto, potrebbero risultare quindi secondari quando non di sostanziale inutilità in quanto non  la vera causa dei problemi,  interventi estremi sui dispositivi di trasduzione sonora e sulla classica acustica ambientale.
L'attenzione, quindi, per una sostanziale evoluzione dell'enorme potenzialità della qualità musicale, andrebbe rivolta, a seguito dell'individuazione del fenomeno distorcente, non più in primis a quanto in precedenza ritenuto causa della percezione di una cattiva qualità acustica, bensì al recupero della capacità originaria dell'ascoltatore.

Dispositivi apparentemente ridicoli ed insignificanti, come una spina vuota, un connettore vuoto o un sassolino con due terminali metallici, o altri del tutto antitetici ad una corretta conduzione elettrica, non andrebbero quindi valutati su basi elettroacustiche dove è più certo che non possano produrre alcuna variazione fisica, bensì come elementi di correzione percettiva.
D'altronde, se ci riferissimo al contiguo senso della vista,  nessuno metterebbe mai in discussione, nel caso di problematiche visive,  che sia la realtà  ad essere imperfetta,  e non sia invece, il soggetto a non elaborarla correttamente. 

E parallelamente,  ciò che risolve il tutto è un apparentemente banale vetrino ben calibrato grazie ad una perfetta  conoscenza del problema da risolvere,  interposto fra il soggetto e la realtà.

sabato 15 marzo 2014

Realismo e qualità della percezione musicale.



Un evento musicale "reale" è il risultato percepito di una  sintesi fra qualità acustica e qualità della performance.
Altrettanto reale, nella pura accezione del termine, è il risultato percepito attraverso una riproduzione dello stesso evento, benchè questo sia stato mediato da apparecchiature elettroniche e svolto in un contesto acustico ben diverso da quello della performance originaria.

E' opinione condivisa che il contesto  acustico/ambientale,  sia quello originario, sia quello dove avverrà la riproduzione, incida pesantemente, per varie motivazioni fisiche, sulla qualità percepita della musica riprodotta.

Al di là della qualità della performance dell'artista, è oggettivamente condiviso che la generica qualità acustica dell'ambiente d'ascolto risulti avere un peso fondamentale nel determinare la realtà musicale percepita dall'ascoltatore.

Considerata l'oggettiva potenzialità di di un illimitato incremento della qualità percepita in funzione dell'infinita potenzialità di miglioramento della qualità tecnica ed acustica, non può  essere escluso a priori, come il luogo comune pretenderebbe, che un evento musicale riprodotto in una  contesto acusticamente ideale,  non possa risultare percettibilmente preferibile all'evento originario,  qualora quest'ultimo non dovesse godere delle stesse, ottimali condizioni.

lunedì 3 giugno 2013

Credere o non credere ?




Credere o non credere?

Perché le cattive credenze non muoiono ?


Autore ignoto[*]
Traduzione di Luca Bergamasco
Originale trasmesso da Marcus Prometheus

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Dato che le credenze sono progettate per incrementare la nostra capacità di sopravvivenza, sono biologicamente progettate per opporre una forte resistenza ai cambiamenti. Per cambiare le credenze, gli scettici devono agire anche sulle questioni cerebrali “di sopravvivenza” relative a significati ed implicazioni, oltre a discutere dei dati.

Dato che un punto base sia del pensiero scettico che della ricerca scientifica è che le credenze possono essere errate, spesso a scettici e scienziati appare strano ed irritante il fatto che le credenze di così tante persone non cambino nemmeno di fronte alla negazione offerta dall’evidenza dei fatti. Ci chiediamo: come può la gente mantenere delle credenze che contraddicono i dati empirici?

Questa confusione può produrre nei pensatori scettici una disgraziata tendenza a sminuire e svilire quelle persone le cui credenze non cambiano in conseguenza dell’evidenza dei fatti. Si possono vedere queste persone come inferiori, stupide o pazze.

Questo atteggiamento nasce dal fatto che gli scettici non hanno capito lo scopo biologico delle credenze, né il fatto che esse hanno una necessità neurologica di essere resilienti[b] ed ostinatamente resistenti al cambiamento. Il fatto è che, nonostante tutto il rigore del loro pensiero, molti scettici non hanno una comprensione chiara o razionale di che cosa siano le credenze e del perché persino quelle fallaci non muoiono facilmente. Comprendere lo scopo biologico delle credenze può aiutare gli scettici ad essere molto più efficienti nella loro sfida alle credenze irrazionali e nella loro comunicazione di conclusioni scientifiche.

Lo scopo primario del nostro cervello è quello di mantenerci vivi. Certamente il cervello fa ben più di ciò, ma la sopravvivenza è sempre il suo scopo fondamentale, ed è sempre posta in cima alla lista delle priorità. Se subiamo una ferita tale che al nostro corpo resta soltanto l’energia sufficiente a sostenere o la coscienza, o il battito cardiaco, il cervello non ha alcun problema a scegliere: ci fa entrare in coma (sopravvivenza prima della coscienza) piuttosto che lasciarci coscienti in una spirale mortale (coscienza prima della sopravvivenza).

Dato che l’utilità fondamentale di ogni attività cerebrale è quella della sopravvivenza, l’unico modo di comprendere accuratamente qualunque funzione cerebrale è quello di esaminarne il valore come strumento di sopravvivenza. Persino la difficoltà di trattamento di alcuni disordini comportamentali come l’obesità e la tossicodipendenza può essere compresa solo esaminando il loro rapporto con la sopravvivenza. Una qualunque riduzione dell’apporto calorico, o della disponibilità di una sostanza da cui una persona è dipendente, è sempre percepita dal cervello come una minaccia alla sopravvivenza. Il risultato è che il cervello difende con forza l’eccesso di alimentazione o l’abuso della suddetta sostanza, producendo quei fenomeni familiari (il mentire, lo sgattaiolare, il negare, il razionalizzare, ed il giustificarsi) che di norma mostrano le persone che soffrono di questi disordini.

Uno dei principali strumenti che il nostro cervello ha a disposizione per assicurare la nostra sopravvivenza sono i nostri sensi. È ovvio che dobbiamo essere in grado di percepire un pericolo con accuratezza per poter prendere quelle misure progettate per tenerci al sicuro. Per sopravvivere dobbiamo essere in grado di vedere il leone che ci carica quando usciamo dalla nostra caverna, o sentire l’intruso che si infila in casa nostra nel mezzo della notte.

I soli sensi sono però inadatti come sensori di pericolo efficaci, perché hanno delle grosse limitazioni sia in ampiezza che in portata. Possiamo avere un contatto sensoriale diretto solo con una piccola porzione del mondo per volta. Il cervello ritiene che questo sia un problema significativo, in quanto persino la nostra normale vita quotidiana richiede che noi entriamo ed usciamo continuamente dal campo delle nostre percezioni del mondo così com’è qui ed ora. Entrare in un territorio che non abbiamo visto in precedenza, e del quale non abbiamo mai sentito parlare, ci mette nella pericolosa posizione di non avere alcun preavviso di potenziali pericoli. Se cammino in un edificio sconosciuto in un quartiere malfamato della città, le mie probabilità di sopravvivenza diminuiscono, perché non ho alcun modo di sapere se il tetto è sul punto di collassare, o se un uomo armato mi sta aspettando all’ingresso.

Qui entrano in gioco le credenze. “Credenza” è il nome che diamo allo strumento di sopravvivenza del cervello che è progettato per incrementare e migliorare la funzione di identificazione dei pericoli svolta dai nostri sensi. Le credenze estendono la portata dei nostri sensi in modo che noi possiamo più facilmente scoprire pericoli, e quindi incrementare le nostre probabilità di sopravvivenza quando ci inoltriamo in un territorio non familiare. In sintesi, le credenze hanno per il cervello la funzione di “sensori di pericolo a lungo raggio”.

Da un punto di vista funzionale, il cervello tratta le credenze come “mappe” interiori di quelle porzioni del mondo con le quali non abbiamo un contatto sensoriale diretto. Stando seduto nel mio soggiorno non posso vedere la mia macchina. Anche se l’ho parcheggiata nel vialetto di fianco a casa un po’ di tempo fa, utilizzando solo i dati sensoriali immediati io non so se sia ancora lì. Il risultato è che, in questo momento, i dati sensoriali mi sono di ben poca utilità per quanto concerne la mia macchina. Per trovare la macchina con un minimo livello di efficienza, il mio cervello deve ignorare i dati sensoriali attuali (i quali, se dovessimo basarci solo su di essi in senso stretto, non solo non mi aiutano a localizzare la macchina, ma in effetti mi indicano che la macchina non esiste più) e rivolgerci invece alla mappa interiore della dislocazione della macchina. Basandosi sulla credenza piuttosto che sui dati sensoriali, il cervello può “sapere” qualcosa del mondo con cui non ho alcun contatto sensoriale immediato. Ciò permette al cervello di “estende” la sua conoscenza del mondo ed il suo contatto con esso.

La capacità della credenza di estendere il contatto con il mondo al di là della portata dei sensi immediati incrementa in sostanza la nostra capacità di sopravvivere. Un cavernicolo ha capacità di sopravvivenza assai maggiori, se è in grado di conservare la credenza che esista un pericolo nella giungla anche quando i suoi dati sensoriali non indicano alcuna minaccia immediata. Un agente di polizia sarà notevolmente più al sicuro se può continuare a credere che la persona che ha fermato per un’infrazione al codice stradale potrebbe essere uno psicopatico armato con un impulso ad uccidere, anche se ha un aspetto in apparenza innocuo.

Dato che le credenze non richiedono dati sensoriali immediati per poter fornire al cervello informazioni molto utili alla sopravvivenza, esse hanno anche la funzione di sopravvivenza addizionale di fornire informazioni su quei campi della vita che non hanno una relazione diretta con delle entità sensoriali. Questa è l’area dell’astrazione e dei principii, che comprende cose come “motivi”, “cause” e “significati”. Io non posso vedere o sentire il “motivo” chiamato “area di bassa pressione” che fa sì che un temporale si scateni sulla sfilata che ho organizzato, pertanto la mia capacità di credere che il motivo è la bassa pressione mi viene in soccorso. Se dovessi basarmi solo ed esclusivamente sui sensi per determinare la causa della tempesta, non potrei comprendere perché c’è stata. Per quanto ne so potrebbe essere stata portata da folletti volanti invisibili che devo abbattere con la doppietta se voglio far sparire le nuvole. Pertanto, il fatto che il mio cervello faccia affidamento sulla mia “credenza” nel motivo chiamato “bassa pressione” piuttosto che sui dati sensoriali (o, come nel caso della mia macchina, sull’assenza di dati sensoriali) mi è d’aiuto per la mia sopravvivenza: evito infatti un’esperienza di carcerazione con miriadi di personaggi pericolosi che seguirà al mio arresto per aver sparato in aria a quei piccoli rompiscatole di folletti.

La resilienza delle credenze
Dato che sia i sensi che le credenze sono strumenti di sopravvivenza, e che si sono evoluti in modo da incrementare reciprocamente le loro potenzialità, il cervello li considera fornitori di informazioni per la sopravvivenza separati, ma di pari importanza. La perdita di uno qualsiasi dei due ci mette in pericolo. Senza i sensi non potremmo sapere alcunché del mondo compreso nel nostro campo percettivo. Senza le credenze non potremmo sapere alcunché del mondo al di fuori dei nostri sensi, o di significati, motivi o cause.
Ciò vuol dire che le credenze sono progettate in modo da funzionare indipendentemente dai dati sensoriali. In effetti, l’intero valore, al fine della sopravvivenza, delle credenze si basa proprio sulla loro abilità di persistere di fronte ad un’evidenza fattuale che le contraddice. Non si presume che le credenze cambino facilmente o semplicemente come reazione a prove che le smentiscono.
Se lo facessero, sarebbero pressoché inutili come strumento di sopravvivenza. Il nostro cavernicolo non durerebbe molto se la sua credenza nei potenziali pericoli della giungla evaporasse ogni volta che le sue informazioni sensoriali gli dicessero che non c’è alcuna minaccia immediata. Un agente di polizia incapace di credere alla possibilità che ci sia un assassino in agguato dietro ad un’apparenza inoffensiva, potrebbe essere facilmente ferito od ucciso.

Per quanto riguarda il cervello, non c’è alcun bisogno che i dati e le credenze vadano d’accordo.

Entrambi questi strumenti si sono evoluti per incrementare reciprocamente la loro efficienza e per supportarsi l’un l’altro entrando in contatto con differenti porzioni del mondo. Sono progettati per essere in grado di essere in disaccordo. Ecco perché gli scienziati possono credere in Dio, e persone che di norma sono piuttosto ragionevoli e razionali possono credere in cose per le quali non c’è alcun dato credibile, come dischi volanti, telepatia e psicocinesi.

Quando i dati e le credenze entrano in conflitto, il cervello non dà automaticamente la preferenza ai dati. Ecco perché le credenze – persino credenze dannose, credenze irrazionali, credenze stupide o credenze folli – spesso non muoiono di fronte a prove che le smentiscono. Al cervello non importa nulla se le credenze combaciano o meno con i dati. Gli importa che la credenza sia utile alla sopravvivenza. Punto. Pertanto, mentre la parte scientifica e razionale del cervello può ritenere che i dati dovrebbero prevalere sulle credenze che li contraddicono, ad un livello d’importanza più fondamentale il cervello non ha questa tendenza. È estremamente reticente a buttare via le sue credenze. Come un vecchio soldato con un vecchio fucile che non è completamente convinto che la guerra sia finita, spesso il cervello rifiuta di consegnare le armi anche se i dati dicono che dovrebbe farlo.

Credenze “non consequenziali”
Anche quelle credenze che non sembrano connesse in maniera chiara o diretta alla sopravvivenza (come la capacità del nostro cavernicolo di credere a potenziali pericoli) vi sono in realtà strettamente connesse. Questo è possibile perché le credenze non esistono in maniera indipendente o in un vuoto. Sono interrelate tra loro in un sistema molto complesso di mutui incastri che crea la visione di base che il cervello ha del mondo. È su questo sistema che il cervello fa affidamento per sperimentare coerenza, controllo, coesione e sicurezza nel mondo. Il cervello deve conservare questo sistema intatto per percepire che lo scopo della sopravvivenza è perseguito con successo.
Ciò significa che anche piccole credenze non consequenziali possono essere parte integrante dell’esperienza di sopravvivenza del cervello tanto quanto quelle credenze che sono connesse alla sopravvivenza in maniera “ovvia”. Pertanto, il tentativo di cambiare una qualunque credenza (non importa quanto possa sembrare insignificante o stupida) può produrre un’increspatura in tutto il sistema, ed avere l’effetto finale di minacciare l’esperienza di sopravvivenza del cervello. Ecco perché tanto spesso la gente è portata a difendere persino quelle credenze he possono sembrare insignificanti o collaterali. Un creazionista non può tollerare di credere all’accuratezza dei dati che indicano la realtà dell’evoluzione, non a causa dell’accuratezza o meno dei dati stessi, ma perché cambiare anche solo una credenza relativa a questioni bibliche o alla natura della creazione spezzerà un intero sistema di credenze, una concezione del mondo di base, e quindi, come risultato finale, l’esperienza di sopravvivenza del suo cervello.

Cosa tutto ciò implica per gli scettici

I pensatori scettici devono rendersi conto che, dato il valore delle credenze per la sopravvivenza, qualunque prova che smentisca una di queste credenze raramente (o addirittura mai) sarà in grado di cambiare la credenza suddetta, persino in persone “altrimenti intelligenti”. Per cambiare effettivamente delle credenze, gli scettici devono considerare il loro valore per la sopravvivenza, e non solo quello relativo all’esattezza dei dati. Ciò ha diverse implicazioni.

In primo luogo, gli scettici non devono aspettarsi che le credenze cambino semplicemente perché si sono presentati dati che le smentiscono, o pensare che la gente è stupida perché le sue credenze non cambiano. Devono evitare di diventare critici, o di sminuire il loro interlocutore, come reazione alla resilienza delle credenze. Non è detto che la gente sia idiota solo perché le loro credenze non cedono alle nuove informazioni. I dati sono sempre necessari, ma raramente sono sufficienti.

In secondo luogo, gli scettici devono imparare a discutere non solo dell’argomento specifico cui si riferiscono i dati, ma anche delle implicazioni che il cambiamento delle credenze ad esso correlate può avere per la visione del mondo di base e per il sistema di credenze degli individui cui ci si rivolge. Sfortunatamente, rivolgere la propria attenzione ai sistemi di credenze è un compito molto più complicato e pauroso di quanto non lo sia presentare semplicemente delle prove contrarie. Gli scettici devono discutere il significato dei loro dati alla luce della necessità, da parte del cervello, di conservare il suo sistema di credenze per mantenere un senso di totalità, coerenza e controllo nella vita. Gli scettici devono abituarsi a discutere su questioni di filosofie di base, nonché dell’ansia esistenziale che viene scatenata ogni volta che le credenze sono messe alla prova. Il compito è altrettanto filosofico e psicologico di quanto sia scientifico e basato sui fatti.

In terzo luogo, il punto forse più importante: gli scettici devono sempre tenere in considerazione quanto sia duro per la gente vedere le proprie credenze messe a dura prova. Ciò costituisce letteralmente una minaccia al senso di sopravvivenza del loro cervello. È perfettamente normale che in situazioni simili la gente si metta sulla difensiva. Il cervello sente che sta combattendo per la sua vita. È un peccato che ciò possa produrre un comportamento provocatorio, ostile e persino violento, ma è anche comprensibile. La lezione per lo scettico è dunque la seguente: capire che le persone, di norma, non hanno l’intenzione deliberata di essere cattive, contrarie, spigolose o stupide quando vengono messe alla prova.

È una lotta per la sopravvivenza. L’unica maniera efficace di comportarsi con questo tipo di atteggiamento difensivo è quello di raffreddare la contesa invece di farla scaldare. Diventare sarcastico o sminuire l’avversario non fa altro che dare all’atteggiamento difensivo dell’altro una buona presa per iniziare uno scambio reciproco di frecciate che giustifica la sua sensazione di essere minacciato (“Certo che lottiamo contro gli scettici! Guarda che razza di stronzi insensibili e ostili che sono!”), anziché generare un’attenzione continua al tema della verità.

Gli scettici vinceranno la guerra per le credenze razionali solo se continueranno, anche di fronte a reazioni di difesa da parte dell’interlocutore, ad usare un comportamento che sia impeccabilmente dignitoso e pieno di tatto, e che comunica rispetto e saggezza.

Affinché i dati parlino ad alta voce, gli scettici devono evitare di urlare.

Infine, dovrebbe essere di conforto agli scettici il ricordare che la parte veramente stupefacente di tutto ciò non è che ci siano così poche credenze che cambiano, o che la gente sia così irrazionale, ma che vi siano comunque almeno alcune credenze che cambiano. L’abilità degli scettici di alterare le loro credenze come reazione ai dati è un autentico dono; un’abilità unica, potente e preziosa. È una genuina “funzione cerebrale superiore”, nel senso che va contro alcuni dei bisogni biologici più naturali e più basilari. Gli scettici devono apprezzare la potenza e, il pericolo che questa abilità dona loro. Essi possiedono una capacità che può terrorizzare, cambiare la vita, e che in grado di provocare dolore. Quando viene rivolta verso gli altri, questa abilità dovrebbe essere utilizzata con cautela e con saggezza. Mettere alla prova le altrui credenze è qualcosa da farsi sempre con attenzione e compassione.
Gli scettici devono ricordarsi di tenere sempre d’occhio il loro scopo. Devono guardare lontano. Devono cercare di vincere la guerra per le credenze razionali, non di impegnarsi in una lotta all’ultimo sangue su una particolare battaglia con una particolare persona o con una particolare credenza. Non solo i metodi ed i dati degli scettici devono essere puliti, diretti e privi di distorsioni: anche il loro contegno ed il loro comportamento devono esserlo.


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Note del traduttore

[a] L’originale ha “belief”, traducibile come: credo, credenza, convinzione, fede. Per correttezza filologica – e perché in effetti è la traduzione migliore in questo contesto – ho preferito l’utilizzo del termine “credenza” in tutto l’articolo. Toglietevi dunque dalla testa l’omonimo mobile.

[b] Il termine “resilient” è utilizzato nell’originale. Lo Zingarelli recita:
Resilienza: Capacità di un materiale di resistere ad urti improvvisi senza spezzarsi.
Resiliente: Che ha resilienza. C’è una sottile differenza rispetto a resistenza, che è la capacità di non lasciarsi rompere in genere: resilienza è riferito specificamente alla resistenza all’urto. Data questa specificità, ho preferito conservare il termine originale, nonostante la sua tecnicità, e darne qui la definizione.

[c] Intesa come metafora, questa frase può anche essere letta come un discreto esempio di quanto appena esposto. Infatti, quando negli anni ’70 si scoprì quel famoso soldato giapponese che da 30 anni combatteva ancora la Seconda Guerra Mondiale, ci volle del bello e del buono per convincerlo che la guerra era finita.

[d] In questo contesto, “esperienza” deve essere riferito al concetto di “sperimentare coerenza ecc. nel mondo” riportato poche righe sopra.

[*] “Dallo stile sembra di Michael Shermer, l’editore di Skeptic” (segnalazione filologica di Paolo Ottaviani).

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venerdì 3 maggio 2013

Ktema e paesaggio sonoro: conversazioni con Franco Serblin



Figura e sfondo, in un campo sonoro,  creano un paesaggio sonoro

La figura emerge, creata da uno stimolo sonoro in contrasto al suo sfondo.
L'ascoltatore, costantemente coinvolto dal rapporto emozionale con il suono, percepisce in modo mutevole le relazioni figura/sfondo che si alternano nello spazio.
Dall'interno di un avvilupparsi di informazioni sonore secondarie, inquadrabili nel concetto di base sonora, scaturisce quindi  lo stimolo che ci colpisce, l'evento principale, i canti, gli strumento, le voci, i suoni che, stagliandosi in modo chiaro e netto, si sovrappongono allo sfondo.
In una produzione musicale, La dinamica dei suoni, il piano ed il forte, contribuiscono ulteriormente al fine di evidenziare gli eventi sonori più importanti, rifacendosi alla tecnica della prospettiva visiva.
Nella pittura prospettica, le regole di costruzione di un quadro privilegiano come punto di vista ideale quello dello spettatore, in funzione del quale si dipana la narrazione rappresentata.
Gli oggetti sono messi in fila ed ordinati in relazione alla loro distanza dall'osservatore.

Altrettanto, in musica, i suoni vengono ordinati secondo la loro enfasi dinamica, all'interno dello spazio virtuale del paesaggio sonoro.

L'esperienza di una spazialità tridimensionale, ci permette di accedere alla sensazione del realismo.
L'istintiva ricerca del suono in primo piano, collocato in un'ideale proscenio, tende a mettere in prospettiva il caos brulicante dei suoni meno importanti, ostacolo all'identificazione dell'oggetto sonoro.
il modello teorico del concerto quindi, è finalizzato alla  percezione del solista, del gruppo concertante e dell'orchestra, attraverso una precisa collocazione prospettica integrata da artifici dinamici.

La musica, con un breve percorso, trasferisce l'ispirazione del compositore raggiungendo rapidamente l'ascoltatore attraverso i musicisti che trasformano le note scritte in vibrazioni aeree per mezzo dei loro strumenti.

La musica dovrà invece, per essere riprodotta, percorrere un lungo e tortuoso cammino prima di raggiungere l'orecchio dell'ascoltatore.
Dovrà essere prima registrata, incanalata attraversando microfoni, cavi, processori e varie apparecchiature per affrontare alla fine il percorso inverso della riproduzione, attraverso ulteriori apparecchiature, in un nuovo ambiente d'ascolto.
Durante le fasi di ripresa, per sua natura, Il microfono  tenderà ad ingigantire il particolare, rispetto all'ampiezza dello spazio in cui esso verrà collocato.
Enfatizzando il particolare, il microfono falsificherà quindi la prospettiva realistica.
Ma nella proposizione sonora, quale può essere il significato della parola "realismo", quale il concetto di "oggettività" ?
Il microfono, caratterizzando un'ambientazione, non potrà mai riprodurre una spazialità assoluta od equivalente alla nostra esperienza del rapporto con le cose nello spazio, 
Filtraggi ed  ambientazioni astruse, contribuiranno ulteriormente ad allontanarci dall'evento originario registrato. 
 L'enfatizzazione del timbro,  legata all'ingrandimento determinato dal sistema di registrazione, indebolirà drasticamente l'ideale della possibilità di riproposizione di un suono naturale.
Perderà quindi di significato, nella ricerca di una riproduzione fedele, l'idea della riduzione o della perdita di alcune qualità fondamentali  del suono originario, in quanto già pesantemente alterate dal sistema di trascrizione.

E' plausibile, quindi,  un concetto di suono originario?

La sala da concerto, laddove nasce l'evento, arricchisce già essa stessa con il suo colore e con la sua particolare ed unica impronta la stessa performance originale.
Raramente o quasi mai un concerto è caratterizzato da quell'ambita neutralità, tanto ricercata come finalità di una corretta e credibile riproduzione.
Appare quindi un paradosso il concetto della perfetta apparecchiatura, ipoteticamente capace di riprodurre l' ipotetico evento originario.
Non solo questa apparecchiatura non esiste, ma ha ancor meno senso l'idea che la sua esistenza possa avere una funzione ed un significato.
Non può esistere il concetto di originalità di un suono e della musica!
Il suono di un'orchestra, la voce di un cantante, sono imprescindibili dalla firma a loro apposta dall'ambiente dove si sono espressi.
Non può esistere un suono disintegrato dall'ambiente in cui è stato prodotto, pertanto esso non è replicabile una seconda volta in un ambiente differente.
Potremmo paragonare il suono ai colori.
Esiste un colore in mancanza di luce?
Possono esistere in natura due condizioni luci identiche al fine di riprodurre due volte lo stesso colore?
La musica non è una cosa o un oggetto, la musica è un evento unico.
Riprodurre la musica non può quindi che equivalere alla proposizione di un nuovo, secondo evento,
che, in quanto secondo, non può non essere, necessariamente, differente dal primo.
Concetto lucidamente espresso dal filosofo greco Eraclito: niente si ripete due volte in modo identico, In un fiume non ci si bagna due volte nella stessa acqua.
E' quindi il puro concetto di bellezza , l'obiettivo da perseguire nel secondo evento di una riproduzione musicale, e,  non essendo l'arte una pedissequa riproduzione della natura, nulla vieta che una riproduzione , esattamente come nelle arti visive, possa coinvolgere l'ascoltatore in modo ancora più intenso ed evocativo rispetto all'evento originale.
La finalità di Un sistema di riproduzione audio dovrebbe quindi quella di creare un nuovo paesaggio sonoro, assecondando le necessità percettive dell'ascoltatore.

Una nuova orchestra con i musicisti rappresentati da qualsiasi cosa emetta, manipoli o produca uno stimolo sonoro.
Non soltanto una pura, a volte sterile, perfezione tecnica riconoscibile solo dagli esperti, ma, soprattutto,  un intimo piacere d'ascolto, spesso apprezzato maggiormente da ascoltatori più semplici.

W.A. Mozart non ha avuto timori di dichiarare apertamente di aver giocato d’astuzia col pubblico, utilizzando le alternanze o le sovrapposizioni di facile e difficile, di udibile e non udibile.
La sua finalità nel coinvolgere gli ascoltatori, è sintetizzata in una semplice frase, in una lettera al padre Leopold nel 1782:  

 ....Ci sono, nei concerti, passaggi da cui solo i conoscitori trarranno soddisfazione, ma in modo che i non conoscitori resteranno contenti senza sapere il perché.....