domenica 30 agosto 2009

Whenever something is wrong, something is too big

Jean Honorè Fragonard: Lezione di musica


----------------------------------------------------------------------------------

Whenever something is wrong, something is too big.

Quando qualcosa non funziona, qualcosa è troppo grande.

Leopold Kohr


----------------------------------------------------------------------------------

In fase di ri-produzione (di un qualsiasi evento) si creano delle incongruenze, degli errori.
Dovuti in massima parte al paradosso spazio/temporale che viene a crearsi.
Il nuovo tempo ed il nuovo spazio (che ospiteranno la riproduzione), sono alieni ai significati ed ai contenuti dell'evento originale.

Nel modo di agire convenzionale (tipico della maggior parte degli oggetti in commercio), che contempla solamente le misure del fenomeno fisico (peraltro estraneo alla reatà percepita dall'uomo) vengono a crearsi un numero di errori tendendi all'infinito.

A parità (o quasi) di ignoranza progettuale (termine usato per indicare un modo di fare che trascura o ignora le problematiche spazio/temporali) succede che compiono "meno errori" (anche se parlare di meno errori in ambito che tende all'infinito può sembrare impreciso) certi diffusori di piccola dimensione rispetto ad altri di grandezza maggiore.

Questo non significa che la soluzione sia nel dover usare minidiffusori.

Significa solamente che se non ci si preoccupa di analizzare e risolvere certe problematiche, i minidiffusori resteranno quasi sempre preferibili.

Prendiamo un qualsiasi catalogo di qualsiasi ditta.
I diffusori piccoli riprodurranno quasi sempre in modo più coerente la musica rispetto a quelli grandi, in mancanza di soluzioni alle problematiche spazio/temporali sopra accennate.

Avremo sempre l'audiofilo o il "tecnicista" che si opporrà per una questione di "completezza" (con la solita storia: i bassi i bassi i bassi...l'SPL l'SPL l'SPL...).

In realtà un sistema costruito senza analisi attenta delle problematiche sopra enunciate, emetterà certamente più bassi e suonerà anche più forte.
Ma questa presunta completezza non avrà nulla a che vedere con la riproduzione musicale.
Anzi, aumenterà drammaticamente una caoticizzazione, rovinando quel poco che c'era di "coerente" nei mini.

Ecco perchè coi "mini" si ha in genere una sensazione di naturalezza, mentre, molto spesso, con grandi sistemi convenzionali questa viene a mancare a favore di un "caos", scambiato dai più per "completezza".

Non succede mai che qualcuno riporti che un diffusore più grande (della stessa ditta) abbia la stessa identica "magia" del piccolo, semmai succede il contrario.

Si può certamente costruire un diffusore da pavimento che sia davvero più completo dei "mini" e che abbia la stessa "magia".
Per farlo non si può prescidere dallo studio degli errori che si creano (incoerenze spazio/temporali).

Non esiste ad oggi, amio avviso, un diffusore "accettabile" (in ottica di ri-produzione fisiologica del significato musicale) che abbia un woofer più grande di 20cm.
E dico 20cm perchè voglio "salvare" alcuni monitor BBC, più per "affezione" che per oggettività.
Anche se qualcosina di "buono" ancora è possibile discernere, invero l'ascolto mostra già ampiamente il "seme" del "caos".

Fabio Ferrara (Dueeffe)

martedì 25 agosto 2009

Misura della natura, Natura della misura


Rebecca Hamm : http://rebeccahamm.net/

Often her content is nature taking over what she calls "human constructs.

What could be more satisfying than that, seeing nature recuperate from humans?
---------------------------------------------------------------------------------


I Grandi Maestri dell'Esoterismo (rarissimi, invero, in mezzo ad un "mare" di ciarlatani...ed anche questo è un bene, perchè è richiesta la capacità di discernimento) di tutte le epoche hanno speso diverso tempo, cercando di far intendere ai più la "famosa frase": "osserva la Natura".


L'osservazione della Natura avviene attraverso i sensi.
L'uomo non ha a disposizione altri mezzi, per interagire, per indagare, per conoscere...

Gli input sensoriali vengono poi elaborati dal cervello.

Quindici o venti anni or sono (non saprei più indicare precisamente quanto tempo sia passato, chiaramente...), ricordo di aver intrapreso una discussione con uno di quegli amici "artisti" (di cui sopra parlavo).

Succedeva spesso al "piccolo caffè" (e succede ancora), denominato il "caffè degli artisti" (e per questo magari "evitato" da una certa "cerchia", che preferisce gli altri bar, più "classici", più largi, magari anche molto più "chic" o "trendy").

Si parlava di colori.
Ed io, fiero, sfoggiavo l'atteggiamento "tecnicista" (simile a quello che si osserva sovente nell'ambito hi-fi, ieri come oggi).

"I colori non esistono", dicevo...
Sono radiazioni elettromagnetiche.
Lunghezza d'onda, frequenza...
L'uomo le traduce e le vede come colori, ma è un artifizio, un inganno.
La realtà, la fisica, dicono che sono radiazioni elettromagnetiche.
Perfettamente misurabili. Non si discute.
Il resto è falsità, inganno, suggestione, interpetazione...

"Pipino dopo la valle" mi rispose:
"non solo i colori esistono, ma possiamo anche miscelarli, per ottenere tonalità e sfumature praticamente infinite".

A quel punto mi fu chiaro che non avesse capito.
Parlavo di scienza, io...di fisica!!!
E quello invece si raffigurava i suoi bei tubetti di colori, per dipingere.
Era ovvio che avesse torto. Magari per ingoranza o per "deformazione professionale".

Così oggi ragionano certi nostri scienziati dell'hi-fi.
Con la stessa "certezza scientifica" che avevo io a venti anni.

Fortunatamente c'è stata evoluzione, in me...

Ripensandoci oggi, è chiaro che "Pipino dopo la valle" non avesse concezione di alcune "certezze" elementari della realtà fisica.

Però...

...però questo non inficiava minimamente il fatto che avesse ragione.
Cosciente o meno che fosse, di certi ragionamenti.

L'unica realtà che l'uomo può conoscere è quella dovuta alle informazioni che arrivano dai sensi ed alla loro successiva elaborazione del cervello.

La mera realtà fisica, fatta di frequenze dello spettro "visibile" o "invisibile", non è conosciuta (e non può esserlo) come tale.

L'unica realtà "vera" (cioè conoscibile, "vivibile", creatrice di emozioni e di reazioni) è fatta di colori.

Quando mio figlio mi porta un telecomando, perchè non funzionante, una delle prime cose che verifico è l'emissione da parte del led.

Led infrarossi...non riusciamo a vederli.

Ho la fotocamera digitale sempre a portata di mano. La accendo e...miracolo!
Nel display LCD si vede il led, che si accende.
La fotocamera è sensibile anche all'infrarosso.

Si, ma..."che colore è" l'infrarosso?
Il display lo mostra bianco.

Perchè proprio bianco?

Per la realtà fisica (quella che non conosciamo e non possiamo conoscere) quella radiazione non è così dissimile da quella della cosiddetta luce visibile.

Per l'uomo, invece, c'è una differenza sostanziale.

A parte questo, quale realtà andrà a tentare di rappresentare (a mo' di "icona", o fac-simile, o "quel che volete voi") quella fotocamera, dal momento che è sensibile anche ad una radiazione a noi "estranea" (almeno nella percezione visiva)?

Ai tempi che furono, la tecnica fotografica in bianco e nero poteva vantare pellicole con diversa sensibilità cromatica.

Ortocromatiche, pancromatiche...
Forse che per alcune di esse si notava qualche "mancanza"?
Qualcuna di esse è mai stata considerata meno "hi-fi"?
Eppure ad una di quelle pellicole manca un bella porzione di spettro "fisico" delle frequenze...
L'altra annovera ciò che non dovrebbe...

"Risposta in frequenza"...stesso discorso che per i nostri "scienziati" (dal fare "ottocentesco").
Essi la "misurano" e la vogliono "completa" (rispetto a cosa? alla sensazione umana che gli strumenti di misura non conoscono?) e "lineare" (de che??).

La vogliono "estesa".
Ritenendola "condicio sine qua non" per un ascolto (termine con il quale si "confondono", rispetto alla riproduzione della musica ed alla sensazione) "realistico".
Un po' come per la presunta dinamica, o la "pressione", realistica...

Realistico...
Per soddisfare una realtà fisica che non conosciamo?
(Cosa ci importa degli aspetti estranei, perciò inutili?)

Piuttosto che indagare le molteplici impicazioni dell'unica realtà conosciuta, che è quella sensoriale, emozionale ecc. ?

La realtà che conosciamo è molto diversa da quella fisica...
Bisogna studiare.

Molto.

Non lo fanno?

Va bene!



Mi rendo sempre più conto che esiste una sorta di profonda confusione, ad ogni minimo accenno a “certe” questioni.
Quando si dice che certe misure non possono essere utili, data la presenza dell'uomo nel sistema, molti interpretano questa affermazione come se fosse un tentativo di "opporsi" alla tecnologia, alla scienza.
Loro si ritengono "scienziati", difensori della tecnologia e del progresso ed "accusano" di anti-scientificità, di misticismo, di filosofia chi asserisce che certe misure siano inutili.
In realtà il vero scienziato è quello che riesce a comprendere la Natura delle varie fenomenologie e farne la relativa analisi.
Mi spiego: Molti sono abituati a vedere "calcoli" e "misure", per esempio nella progettazione e realizzazione di un palazzo, e quindi confondono quella specifica applicazione con altre.
Sono portati a pensare che il "modus operandi" scientifico, specifico di quel settore (come di tanti altri) sia il metodo universale della scienza.
Perchè, invece, non lo è?
Abbiamo detto che la riproduzione musicale coinvolge la sensorialità umana. La musica è nata ed esiste in funzione dell'uomo.
In una stanza dove è acceso un impianto stereo ed una lampada, ma non vi è presenza dell’uomo, non esistono nemmeno musica e colori.
Giacchè questi termini, queste sensazioni, sono riferiti all’uomo, si creano all’interno dell’uomo, del suo cervello.
Abbiamo anche detto che la realtà fisica (di cui si occupano le ben note leggi fisiche) non ci è nota, almeno "direttamente".
L'uomo infatti conosce solamente la realtà, così come essa è presentata dai propri sensi e dalla relativa elaborazione mentale di quelle particolari informazioni (sensoriali).
Lo studio della realtà fisica è stato effettuato, nei secoli, attraverso delle indagini spesso esterne all’uomo.
Un microscopio come un oscilloscopio, per esempio, sono delle “protesi”.
Esse permettono di studiare ciò che l’uomo non può conoscere per mezzo della propria sensorialità, ed ecco, per esempio, lo studio dei materiali (“vediamo” forse noi la percentuale di carbonio nell’acciaio attraverso gli occhi, o i polpastrelli o il naso?) e tutto il resto.
Questo ci permette di conoscere e di agire nel mondo fisico e fin qui spero che siamo d’accordo.
Per costruire una casa occorrono calcoli e misure ma uno degli scopi di quella struttura sarà quello di cercare di rimanere in piedi.
E “cercherà” di farlo sia quando l’uomo è presente, sia quando non lo è.
Diverso è il discorso dell’usar misure e calcoli quando lo scopo finale ritorna ad essere insito nell’uomo stesso.
Che si tratti di gusto (cucina) di immagine o di musica (o quant’altro) poco importa, si torna in un contesto sensoriale, cioè nella realtà percepita ed interpretata dall’uomo che è diversa dalla realtà fisica.
È perfettamente sensato studiare la realtà fisica dei suoni o della luce, per conoscerla.
Così come è insensato ritenere che realtà fisica e realtà percepita coincidano.
E ciò è invece quello che purtroppo ritengono i nostri scellerati tecnicisti (attenzione, non scienziati…tecnicisti).
Se non sono capaci di fare questa elementare distinzione, cosa vogliamo pretendere??
Li vedi girare coi “fonometri”, li vedi pubblicare le curve.
Ottimo esercizio, direi…esercizio che vale per quel è: un tentativo di illustrazione della realtà fisica che nulla però ha a che vedere con la realtà percepita.
Quelle son frequenze, la realtà percepita è musica.
Si dovrebbe convenire che per avere una qualche pretesa di occuparsi di riproduzione musicale, non si può prescindere dallo studio della sensorialità, della elaborazione del cervello, di come la musica si crea all’interno del sentimento umano ecc. ecc.
Si continua invece a parlare di decibel, di frequenze, di realtà fisica, e si ha pure la pretesa (spesso espressa in modo arrogante) di essere dalla parte della scienza.
Mai visto un pittore misurare la lunghezza d’onda dei suoi colori, prima di dipingere.
Né i “falsari” o i semplici appassionati per “riprodurre” una qualsiasi opera.
Provate a proporlo…
Il blu rilassa, il rosso eccita, il verde è riposante...
Dipingete di blu o di verde la camera da letto.
Riusciamo a spiegarlo con le misure?
Riteniamo forse che sia antiscientifico che i negozi siano pieni di lampade colorate, con tanto di istruzioni sui loro effetti?
Si gira col fonometro, dicevo.
Pur essendo coscienti che l’intensità percepita non ha correlazioni con il livello di pressione arbitrariamente misurato in un punto, in un dato momento, in un dato luogo.
Riesce forse l’uomo a dire che “lì, in quel punto, ci sono 123db?”
La mattina il suono di una sveglia può sembrare assordante.
La sera un concerto può essere piacevole.
La stessa musica è composta, è costruita per creare sensazioni di “forza” o di “sussurro”.
Una melodia ascendente può apparire dinamicamente crescente.
Eppure per il fonometro non lo è.
Quando la scuola coreana insegna ai bambini piccoli l’arte musicale, ho notato che al pianoforte spesso viene indicato come “forte” un suono grave, e come “piano” un suono acuto.
In effetti il pianoforte rende questa impressione, quando invece un violino rende l’effetto opposto (alcuni acuti vengono percepiti come “esuberanti”) così come un flauto.
Tutte le misure, invero, avrebbero già grossi problemi a tentare di riprodurre il suono fisico (viste le variabili in gioco), e possono servire solamente a scopo di studio di quell’ambito.
Nulla hanno a che vedere con la percezione e la musica.
Mi meraviglio che questo semplice assunto scientifico, non venga compreso.
Mi meraviglio ancor più che quasi nessuno si prenda la briga di studiare a fondo il mondo della percezione, cioè l’unico vero ambito che a noi interessa, per poi applicarne i principi.
Le poche volte che se ne scrive, i "nostri prodi" piombano fieri nella discussione a cercare di minimizzare o ad ostentare conoscenze in merito, citando “questo” o quel “testo”…
Cose note…scrivono.
“Cocktail party”, “curve isofoniche”, Fourier e chi me ha più ne metta.
Però poi dimostrano di non far tesoro nemmeno di quel poco che citano.
Tornano infatti, lesti (e come se nulla fosse), a (s)ragionare coi decibel, con le “curve” e tutto il resto.
Mai vista tanta ipocrisia…mascheramento, questo (s)conosciuto…
Già questo basterebbe a comprendere la immensa differenza tra il suono fisico e la musica percepita, e l’inesistenza di relazioni precise tra queste due realtà.
Il woooooofer da 48 pollici scende a 12HZ…
Lo dicono le misure!
E tutti i “danni” che fa??
C’è infine da sottolineare che cento anni di altoparlanti hanno assuefatto gran parte dell’umanità.
Perché si sentono passare auto che vanno a "reazione" di woofer?
È anche una questione culturale, ormai.
Se la società ti offre questo modello, è chiaro che esso diventa la norma!
Ci siamo abituati al suono dell’altoparlante.
Ci siamo abituati ai bassi sullo stomaco, ai concerti di piazza a tutto volume…
C’è chi esce dal cinema (visto che è stato nominato) con una soddisfazione immane.
Riportando, ancora una volta, l’esempio del bicchiere che si rompe, mi chiedo: “ma fa davvero quel terremoto (nella realtà umana, l’unica conosciuta perchè l’unica percepita) un bicchiere che si rompe?”
Eppure quasi a nessuno viene in mente questa semplice obiezione.
Ormai sono diventate questioni “slegate”.
Ecco spiegati certi impianti stereofonici, che piacciono a molti.Va bene anche questo, ma non mi si venga a dire che tutto questo “sistema” abbia qualcosa a che fare con la riproduzione della musica.

Fabio Ferrara (Dueeffe)

sabato 22 agosto 2009

Oh, che armonico fracasso....


Giampaolo Ghisetti, Concertino.

------------------------------------------------------------------------------


Amplificato...
Un concerto che già contiene l'artifact nella sua estensione.

Perchè si amplifica?
Forse s'è iniziato per far fruire l'evento ad un pubblico "massivo"
Marketing?
Chiaro, la chitarra elettrica va amplificata.
Ma la voce e la batteria?
In un "locale" non servirebbe...

Hanno iniziato ad amplificare, ad aumentare il pubblico...grandi spazi all'aperto.
Si alza il volume. Più si alza e più la gente sembra contenta...

Certi concerti hanno iniziato ad esser codificati in quel modo.
Per convenzione, naturalmente.
Il disco costruito in studio (Pink Floyd, per esempio) non ha parentela col concerto "live"...

Cosa andremmo a riprodurre?
Il disco costruito in studio ad un livello prossimo a quello percepito al concerto live, pur sapendo che non sono "parenti"?

Oggi si amplifica tutto...
Vai a sentire l'MPB, Joao Gilberto, Caetano Veloso...
"'na voce 'na chitara e un po' de luna".
Deve essere amplificato l'evento?
Certo. cinquemila persone ad ascoltare.

Si ma se viene Harry Bicket a suonare il clavicembalo?
Stanza adatta...nessuna amplificazione.

Non dovrei forse pretendere un luogo adatto anche per Joao Gilberto e la sua chitarra?
E poi la gente, dove la mettiamo?

Ah...ho capito...marketing.
Harry Bicket si accontenta di una serata per cento persone che pagano 20 euro l'una.
Caetano Veloso vuole cinquemila persone che pagano 40 euro l'una.

Non puoi dire a Veloso o a Gilberto di far musica in modo serio.
Di pesentarsi con la chitarra in un luogo consono, e di accettare duecento persone per serata.

Siamo alla buffonata...
La gente non pretende...anzi adora la buffonata.

Canta un tenore al Teatro Pagani, magari accompagnato dal pianoforte, non serve amplificazione.

Viene al Pagani un intero coro Gospel, ed amplificano anche il lampadario.



A fine concerto sono andato lì e ho detto: "ma che *azzo vi amplificate" che vien fuori un massacro.

Ma la gente applaude.

Alzi il volume applaude.
Amplifichi ed applaude.
Fai Mozart...applaude.
Fai Verdi: applaude!
Fai il gospel amplificato...applaude.

La gente applaude.



Fabio Ferrara (Dueeffe)

domenica 16 agosto 2009

Realtà percepita e realtà esterna alla nostra mente



Tutti ammetteranno che né i nostri pensieri né le nostre passioni né le idee formate dalla nostra immaginazione esistono senza la mente. Non meno chiaro è per me che le diverse sensazioni, o idee impresse nei sensi, in qualunque modo si combinino (cioè, qualunque sia l’oggetto che formano), non possono esistere se non in una mente che le percepisca… Affermo che questo tavolo esiste; vale a dire, lo vedo e lo tocco. Se, stando fuori del mio studio, affermo la stessa cosa, voglio dire soltanto che se stessi qui lo percepirei, o che lo percepisce qualche altro spirito… Parlare dell’esistenza assoluta di cose inanimate, senza relazione col fatto che esse siano o no percepite, è per me insensato. Il loro esse è percipi; non è possibile che esistano fuori delle menti che le percepiscono […]
Ma, si dirà, niente è più facile che immaginare alberi in un prato o libri in una biblioteca, e nessuno presso di essi che li percepisca. In effetti niente è più facile. Ma, vi domando, che cosa avete fatto se non formare nella mente alcune idee che chiamate libri o alberi ed omettere al tempo stesso l’idea di qualcuno che li percepisce? Voi, intanto, non li pensavate? Non nego che la mente sia capace d’immaginare idee; nego che gli oggetti possano esistere fuori dalla mente.
(Berkeley, Principles on Human Knowledge)


George Berkeley


REALTA' PERCEPITA E REALTA' ESTERNA ALLA NOSTRA MENTE

L’idealismo, ma non solo quello dei secoli recenti, anche dei platonici o di Parmenide, è dell’idea che la percezione sensitiva sia l’unico fondamento della nostra conoscenza, che non abbiamo modo di distinguere la realtà dall’insieme degli stimoli che da essa pervengono, e, secondo me, questa tesi è inconfutabile. Perché non possiamo emanciparci dai sensi, non possiamo figurarci un’esperienza dell’universo esterno non mediata da dei conduttori di segnali, e anche se potessimo far uso di sensi nuovi e differenti da quelli che possediamo, il problema non si risolverebbe ma verrebbe solo traslato.

Ci sono però delle componenti della realtà che devono indurci a non chiudere il discorso con quanto diceva Berkeley nella citazione sopra, e che indirizzano ad una analisi adeguata – cosa che esula dal mio tentativo di spunto.

In primo luogo l’idealismo berkeleyano non nega la realtà esterna, casomai nega la possibilità di discernere una possibile materia esterna da noi stessi da qualcosa che ha luogo nella mente; è una prova della nostra mancanza di verifica della veridicità dell’universo esterno, di una sua oggettività universale, ma non che questo debba essere necessariamente solo metafisico e mentale, e non solo oggettivo e indipendente al senziente. Definisce dei limiti alla nostra possibilità di percezione della realtà ma non dei limiti della realtà stessa.
Di più, la nostra mente non è esente da simili perplessità sull’esterno: il processo di “sfiducia” negli strumenti assegnateci dalla corporalità, i cinque sensi, può essere esteso in una regressione fino alla nostra mente ed alla nostra consapevolezza ed essenza pensante; mi spiego: io percepisco tramite la vista, la presenza di un tavolo, e lo tocco e ne posso sentire la solidità.
Questo è comunque, prima di ogni altra cosa, flussi elettrici tra il sistema nervoso e le parti del cervello preposte all’elaborazione – che si formano dai polpastrelli e seguendo le linee di confluenza nervosa trasmettono dei dati alla mente -, io non so se il tavolo esiste.

Berkeley non ammette un mondo esterno ma crede nella realtà dello spirito.

Non sono tanto convinto di questo, perché anche solo il pensiero che io sto articolando in questa pagina è frutto di consapevolezza di un prima e un dopo del ragionamento, ma questa consapevolezza potrebbe essere solo illusoria, così come l’affidabilità dei polpastrelli o della retina. Io credo di esistere e di avere un passato, ma ciò è arbitrario potere del mio cervello – o se preferite, più correttamente, della mia mente.
Posso essere convinto di avere un passato alle spalle di consapevolezze (memoria), ma queste potrebbero del tutto essere frutto di quest’istante nel quale ne percepisco il ricordo.
In breve il passato, il mio passato che mi rende identità definita e peculiare, potrebbe non esistere, potrebbe essere un’invenzione, contemporanea a questa battitura di testo, della mia mente che però mi convince, perché non posso esistere al di là di essa, che io sono questo e voi siete qualcos’altro.

Sto parlando di considerazioni fortemente anti-intuitive e palesemente assurde, ma non smentibili argomentativamente con tanta facilità, bensì rese trascurabili dal blando “buon senso”; ma ci possiamo fidare del buon senso?
Quali sono le sue basi logiche, a parte la consuetudine?

La sfiducia nei sensi può essere inclusa nel comprendere anche una diffidenza tra la mia mente ed il mio spirito, e niente può essere considerato effettivo.
Il ricordo potrebbe essere uno strumento di apparato di potere della nostra mente, quindi io potrei non esistere che da adesso, e solo in queste frazioni di secondo che bastano allo specious present degli psicologi, il presente stretto che mi da la consapevolezza d’essere vivo.
Il regresso della sfiducia è applicabile ai sensi così come a ciò ch’è considerato indipendente, in una certa misura, dal mondo esterno.
La logica ed il raziocinio noi li consideriamo come un fatto assodato e probatorio, così come utile e sottoponibile a riscontri e dialettica. Ma la logica segue degl’assiomi di base nella quale, dati per scontati dualità come vero-falso, credibile-poco credibile, giusto-non giusto, noi creiamo delle teorie che persuadono o vengono considerate erronee.

Il problema è che la logica si basa, prima di ogni altra cosa, sulla sensazione di giusto e sbagliato, sulla sensazione di vero e falso.

Se qualcuno mi dice: tu sei un cavallo, io so che questa affermazione non è esatta. Ma quello che accade, in realtà, è che io sento la sensazione che tale assunto sia falso, questa sensazione è derivata da un sentore conscio ed inconscio, dai ricordi della mia esperienza del mondo, dal mio modo di giudicare le asserzioni. Ma questo è frutto della mente e della sua arbitrarietà rispetto a qualsiasi impressione che io possa avere di essa che sia in ogni caso onesta con se stessa – me stesso.

Come so che la mente mi dice sempre il vero? Su che basi mi posso fidare di componenti della mia mente quali memoria, giudizio, cognizione?
I ricordi, e perciò l’esperienza del mondo, potrebbero essere fittizia ricostruzione e sensazione che io percepisco in questo singolo istante, e improntata dalla mente per costruire l’assodato che concepisco. Ma non abbiamo la certezza della sincerità della mente, dell’affidabilità della mente, così come non ce l’abbiamo dei cinque sensi. La logica è un prodotto che la vita ci ha insegnato essere affidabile per trarre delle conclusioni e dei dati di fatto, ma potrebbe essere illusorio – e ingannevole - come tutto il resto.


Un’ultima cosa.
Anche tenendo conto di tutte queste sfiduce possibili, ci sono dei piccoli (?) segnali che ci inducono a pensare che la realtà possa essere esistente al di là del nostro pensiero e percezione.
Abbiamo già detto che l’idealismo non confuta la veridicità dell’universo esterno, ma soltanto l’opportunità per noi di darne una prova esatta e indiscussa.
Quindi è possibile crederci come non farlo, e non abbiamo molti elementi per orientarci con competenza decisiva.

Uno scienziato che si occupa ogni giorno, sia nel pensiero che nelle azioni (che magari sono la stessa cosa) di fatti empirici e materici, intuitivamente, è preso dal ritenere che la realtà esterna sia un dato inconfutabile: una pietra esiste non perché la percepiamo, ma perché è atomica e stabile e continuativamente osservabile, con coerenza nel tempo.
In altri termini, pur se tutto quello che sappiamo dell’esterno sono il risultato di elaborazione di elettroni che ci arrivano dai sensi, queste elaborazioni sono analoghe e congruenti nel tempo.

Alla soluzione elaborativa dell’insieme di dati elettronici che equivalgono a “matita”, questi si ripetono e non sono casuali nelle successioni dei riscontri: indi c’è coerenza, continuità e disposizione a una realtà che, non essendo disordinata e caotica nei dati pervenutici, lascia credere che anch’essa sia coerente e credibile (sempre se i ricordi sono qualcosa di realmente riconducibile ad eventi passati e non inganni estemporanei del presente sulla mente).
Lo scienziato è più suscettibile all’osservazione che la uniformità dei segnali provenienti dai sensi, “nell’insieme continuo di percezioni che formano la mente” (diceva Hume), è un dato tanto comune quanto lampante.

Esiste quindi una coerenza delle percezioni, la stessa coerenza che ci permette di associare a stimoli analoghi sempre la presenza di un tavolo come di una sedia o dell’acqua. Prove definitive non ce ne possono essere.
Rimane il dubbio che anche se un Dio esistesse dovrebbe avere la certezza della propria onniscienza e onnipotenza a partire da qualche ente estraneo alla propria consapevolezza di esserlo: altrimenti anche lui non sarebbe altro che la inquietante illusione della consapevolezza di se stessi.

Il pensiero, nessuno lo prende molto sul serio, tranne quelli che si considerano pensatori o filosofi di professione. Ma questo non impedisce affatto che esso abbia i suoi apparati di potere - e che sia un effetto del suo apparato di potere il fatto che possa dire alla gente: non prendetemi sul serio perché io penso per voi, perché vi do una conformità, delle norme e delle regole, un’immagine, alle quali voi potrete tanto più sottomettervi quanto più direte.

Gilles Deleuze